STUDIO GALLUS

COORDINATORE ARCH.G.B. GALLUS

 

LA STORIA DI ALGHERO

 

LE ORIGINI. L’origine della città d’Alghero va ricercata attorno al 1000, quando la famiglia genovese dei Doria fortificò un piccolo villaggio di pescatori sulla costa nord-occidentale dell’isola. Si trattava di un approdo che, per i commerci che i genovesi mantenevano con il Levante e con le altre zone della Sardegna sulle quali esercitavano il loro dominio, risultava di fondamentale importanza strategica. Alghero viene infatti considerata, fin dai tempi più antichi e nelle varie e successive dominazioni, uno dei porti più ambiti della Sardegna settentrionale, soprattutto nelle contese tendenti ad ottenere una maggiore influenza nel Mediterraneo. Di qui la necessità di rendere più sicura la città: le prime fortificazioni furono appunto opera dei Doria.

Ma proprio per la sua posizione geografica, Alghero divenne un approdo verso il quale si rivolgevano le mire di molti contendenti, dai pisani agli aragonesi e, in seguito, agli stessi francesi; i genovesi dovettero, in più di un’occasione, e non sempre con esito felice, combattere per conservarne il possesso, anche se il loro dominio si mantenne sulla zona fino alla metà del XIV secolo.

Già verso la fine del 1200 i genovesi incontrarono non poche difficoltà a contrastare gli attacchi che venivano portati frequentemente dalle navi di Pisa, che poteva contare sull’appoggio del giudice d’Arborea, genero del comandante della flotta pisana, desideroso di allargare l’influenza del suo giudicato.

Sebbene i commerci interni  e l’incremento dell’agricoltura e della pastorizia avessero determinato un sufficiente grado di sviluppo della città e delle condizioni di vita dei suoi abitanti, l’insicurezza dei mari rendeva sempre più difficili i commerci esterni, mentre Alghero ambiva a sostenere, grazie alla sua posizione, un ruolo fondamentale nei commerci che si svolgevano nel Mediterraneo.

Proprio le difficoltà di difesa e l’enorme costo che questa comportava determinarono non pochi contrasti all’interno della famiglia dei Doria; alcuni dei suoi membri volevano infatti vendere i loro diritti sull’isola al Re d’Aragona, anche in considerazione del fatto che, fin dalla fine del secolo precedente, il papa Bonifacio VIII, che possedeva la Sardegna come dominio proprio, l’aveva concessa agli aragonesi, benché questi non ne avessero mai preso possesso.

 

ALGHERO CATALANA. Verso la metà del 1300 gli aragonesi, forti dell’appoggio di una parte dei Doria e tanto più considerando che anche i pisani, dopo la sconfitta subita, si potevano rivelare alleati, si diressero con la loro flotta in Sardegna, specie con l’intenzione di conquistare un approdo nelle coste nord- occidentali dell’isola. La loro superiorità fu evidente nella battaglia di Porto Conte, che segnò una pesante sconfitta della flotta genovese ad opera di quella catalano- aragonese. La reazione della popolazione sarda fu di netta ostilità nei confronti dei nuovi invasori, anche in conseguenza degli interventi repressivi che caratterizzarono la presenza catalana.

Pietro IV d’Aragona, per dare una certa tranquillità ai suoi possedimenti, impose ai sardi, pur salvaguardando i loro diritti di proprietà, di allontanarsi da Alghero e fece popolare la città da una colonia di catalani, ammettendo a far parte della nuova popolazione anche i condannati a pene lievi e i debitori insolventi. Proprio per la particolare posizione geografica di Alghero nei confronti della penisola iberica, i nuovi dominatori ne incrementarono il carattere commerciale e la funzione militare e ne fecero uno dei capisaldi della dominazione aragonese in Sardegna: anche se in non poche occasioni dovettero difendere la città dai ripetuti tentativi di invasione che, da più parti, furono perpetrati.

Con la conquista aragonese inizia per Alghero un lungo periodo di prosperità e per l’economia locale un’epoca in cui fioriscono nuove attività: vengono riconosciuti alla città privilegi e franchigie e ristabilito il sistema di difesa. Lo stesso Azuni nel suo Essai sur l’histoire geographique, politique et naturelle du Royaume de Sardaigne (Paris, 1798) scriverà: “Algher ayant été considerée par les catalans come une ville originaire de Barcelone,  la regardèrent toujours avec partialité en lui accordant tous les privileges possibles quoique contraires aux lois fondamentales du Royaume”.

Così non solo Alghero mantenne, assieme a poche altre città, un proprio statuto comunale, anche quando fu estesa a tutta la Sardegna la Carta de Logu, ma fra i privilegi già concessi alla città da Pietro IV d’Aragona rimase sempre in vigore quello che stabiliva che le barche che pescavano corallo fra Capo Frasca e l’isola dell’Asinara dovevano tutte ormeggiare ad Alghero e pagare alla città catalana i diritti che le spettavano. I vantaggi e i privilegi che la casa d’Aragona concesse ad Alghero sono indubbiamente all’origine del progresso che accompagnò in questi anni la vita della città: l’esenzione doganale dà infatti un impulso decisivo ai commerci con la Spagna. Scrive ancora l’Azuni: “Par cette correspondance avec les Etats d’Aragon et d’Espagne, le commerce augmenta considerablement, mais on peut dire aussi que la nation dominante n’y perdait rien”.

Proprio il rinnovato vigore dell’economia algherese spinse una colonia di commercianti ebrei ad insediarsi nella città, determinando un nuovo impulso nella sua vita economica; quando essi furono espulsi da tutti i domini spagnoli e fu vietato il commercio a tutti coloro che non fossero catalani o aragonesi, anche l’economia di Alghero ne risentì negativamente il contraccolpo.

E’ proprio in questo periodo, grazie all’intensificarsi degli scambi commerciali, che la colonizzazione catalana lasciò un’impronta duratura nell’ambiente; ad Alghero per lungo tempo la lingua parlata fu quella dei colonizzatori e tuttora rimane per molti uno strumento abituale di comunicazione.

 

DALLA SPAGNA AI SAVOIA. Quando i castigliani e gli aragonesi diedero vita alla monarchia spagnola, la Sardegna subì la stessa sorte. Al periodo catalano successe così quello spagnolo (è dell’inizio del 1500 il primo documento ufficiale in lingua castigliana): esso però determinò un ulteriore decadenza della vita cittadina, che andò aggravandosi nei decenni successivi, come dovette riconoscere anche Eduard Toda i Guell (si veda il suo Un poble català de Italia. L'Alguer, Barcellona, 1888, trad. it. A cura di R. Caria, Sassari, 1981).

Né la situazione cambiò in meglio per la cittadina (circa 5.000 abitanti) in seguito alla guerra di successione spagnola: Alghero come tutta l’isola fu occupata dalle truppe di Carlo d’Austria, e il dominio austriaco fu confermato dal trattato di Utrecht. La dominazione austriaca non fu però né facile né tranquilla. Non solo infatti Alghero si dimostrò particolarmente ostile ai nuovi occupanti (di qui gli interventi repressivi del governatore austriaco) ma gli stessi spagnoli tentarono ben presto, col pretesto di aiutare l’imperatore, di ritornare in possesso della loro ex- colonia. Ancora una volta la lotta fu particolarmente dura e solo col Trattato di Londra l’isola venne restituita all’imperatore d’Austria, il quale la cedette alla Casa Savoia in cambio della Sicilia, entrata a partire da questa data Alghero, come tutta la Sardegna, segue le sorti del Regno sabaudo.

Col passaggio ai Savoia Alghero perde sempre di più il suo carattere di roccaforte militare, mentre nello stesso tempo perdura la crisi economica e sociale che ormai da diversi decenni non riesce a superare.

Gli algheresi che grazie alle libertà e ai privilegi di cui godevano, erano rimasti praticamente estranei ai moti antifeudali che avevano coinvolto  l’isola alla fine del ’700, coll’aggravarsi della situazione politica, una grave crisi agricola, le continue epidemie di peste che avevano fatto ulteriormente deteriorare la situazione economica e sociale, manifestarono tutta la loro ostilità nei confronti dei nuovi regnanti. In questo clima si inseriscono i gravi tumulti popolari originati nel marzo 1821, in coincidenza con un’ennesima carestia, dal timore che l’esportazione del grano sardo verso la penisola potesse aggravare la già difficile situazione di approvvigionamenti. In seguito, grazie anche ad una serie di sia pur limitati interventi statali, la situazione andò gradatamente normalizzandosi: verso la metà dell’Ottocento ad Alghero, al posto del governatore, viene eletto un consiglio municipale; i suoi commerci e la sua pesca riprendono gradatamente a svilupparsi e la stessa popolazione, seppure lentamente, registra un incremento (nel primo censimento della popolazione sarda, nel 1842, Alghero registrava 8.716 abitanti; nel primo censimento del Regno d’Italia, nel 1861, 8.831, mentre nel 1901 gli abitanti erano già saliti a più di 10.000).

 

LO SVILUPPO TURISTICO E I PROBLEMI DI OGGI. Negli anni a noi più vicini è la stessa collocazione geografica di Alghero, che aveva fortemente condizionato la sua evoluzione storica, a determinare il tipo di sviluppo sociale ed economico.

Il turismo diventa così uno dei settori trainanti dell’economia della città (che è passata dai circa 26.000 abitanti del 1961 ai 30.000 del 1968 ai 36.186 dell’ultimo censimento) per il consistente numero di persone che, direttamente o, più spesso, indirettamente, traggono da esso la maggior fonte di sostentamento.

Negli ultimi anni molti sono stati però gli ostacoli che hanno limitato lo sviluppo di tale settore: da un lato la concorrenza di altre zone turistiche, dall’altro, e soprattutto, la mancanza di infrastrutture rendono critica la situazione di un settore già di per sé limitato dal fatto di essere, come, nel caso algherese, fenomeno unicamente stagionale.

I dati della “Relazione annuale sulla situazione del turismo” per il 1977, elaborata dall’Azienda autonoma di soggiorno e turismo di Alghero, confermano la crisi che ha investito il settore. Se da un lato la capacità ricettiva dell’industria alberghiera è passata da 2.748 posti letto del 1971 ai 4.123 del 1977, di contro si è avuta una diminuzione della percentuale netta di utilizzazione degli impianti alberghieri, passata dal 55.09% del 1971 al 39% del 1977. A questi dati vanno però aggiunti quelli riguardanti gli esercizi extra- alberghieri (campeggi e ostello), che registrano invece un netto incremento.

Accanto alla difficile situazione del settore turistico vanno altresì messe in risalto le difficoltà dell’altra tradizionale attività economica di Alghero, quella legata al settore della pesca. Dalla “Relazione annuale della pesca nel Circondario marittimo di Alghero”, redatta dalla Capitaneria di porto per il 1977, risulta che presso il compartimento marittimo sono iscritti, fra le barche da pesca, 101 motobarche, 39 barche a remi, 1 barca a vela e solo 7 motopescherecci. Per cogliere meglio il senso di questi dati è interessante verificarli con quelli che riguardano le barche da diporto che , in base ad una legge del 1971, devono avere una registrazione autonoma rispetto alle barche da pesca: presso la Capitaneria di porto, i dati per il 1978 indicano che a quella data risultano registrate 256 barche da diporto (alle quali vanno aggiunte quelle inferiori ai 7 metri di lunghezza per le quali la registrazione è facoltativa). Dati ancora più emblematici della situazione sono ricavabili dalla “Pandetta della gente di mare di terza categoria”, in pratica il registro dei piccoli pescatori, in cui la componente giovanile è praticamente inesistente.

Né molto più felice è la situazione del settore agricolo. I primi tentativi di sviluppo di un’agricoltura razionale nelle campagne attorno ad Alghero prendono l’avvio dall’opera dell’Etfas (Ente per la Trasformazione Fondiaria ed Agraria nella zona della Sardegna). Anche in questo caso si tratta di un settore che ha conosciuto, negli ultimi anni, una grave crisi: dai dati del censimento del 1971 risulta che meno di 1/5 della popolazione attiva rappresenta meno di 1/3 della popolazione complessiva. Sono dati che, confrontati con quelli del censimento del 1961 (sempre 1/3 la popolazione attiva in rapporto a quella complessiva, ma con 1/3 della popolazione attiva addetto ad attività primarie), dimostrano tutta la crisi del settore.

Nel complesso, quindi, ci troviamo di fronte ad una città in cui la povertà culturale, le lacerazioni sociali e la crisi di tutti i settori produttivi, aggravati da una situazione di instabilità politica (che ne è, però, anche conseguenza) condizionano fortemente ogni prospettiva di sviluppo.