STUDIO GALLUS

COORDINATORE ARCH.G.B. GALLUS

 

LA STORIA DI BOSA

 

LE ORIGINI. La leggenda vuole che Calmedia, moglie o figlia dell’eroe eponimo Sardus, giunta nella vallata attraversata dal Temo, colpita dalla bellezza dei luoghi, abbia deciso di fermarsi e di fondare una città che da lei avrebbe preso nome.

In realtà, già un’iscrizione fenicia forse del IX secolo a.C. documenta che il nome della città fu fin dall’origine Bosa, un toponimo forse mediterraneo, d’incerta etimologia. Come tale è attestato anche in età imperiale romana e per tutto il Medioevo.

La zona fu intensamente abitata già in epoca preistorica e protostorica, come dimostrano le numerose Domus de janas (p.es. a Coroneddu, Ispilluncas, Monte Furru, Silattari, Tentizzos) ed i nuraghi (p.es. a Monte Furru).

I fenici dovettero usare l’Isola Rossa – allora staccata dalla terraferma – per l’approdo, mentre la presenza dei cartaginesi è ampiamente dimostrata lungo il corso del Temo, fino al paese di Montresta, dove è stata recentemente rilevata una caratteristica torre quadrata.

In età romana si sviluppò un centro abitato, forse un municipio con un proprio ordine di decurioni, nella zona dove adesso sorge la cattedrale di S. Pietro: qui è stata localizzata la necropoli pagana, come attestano le numerose monete, le ceramiche e le iscrizioni rinvenute. Un’epigrafe ricorda la dedica di quattro statuette d’argento in onore dell’imperatore Antonino Pio, della moglie e dei figli (138-141 d.C.), mentre allo stesso periodo pare vadano riferite due teste di marmo che rappresentano un Dionisos tauros ed un Hermes propilaios.

Attraversata dalla strada costiera occidentale, che superava il Temo in località Pont’ezzu, Bosa era collegata direttamente a sud con Cornus (l’odierna S. Caterina di Pittinuri) ed a nord con Carbia (N. S. di Calvia). Del porto di Terridi, protetto dal colle di Sa Sea, restano ancora tracce di bitte per l’attacco delle barche.

CON I MALASPINA E GLI ARBOREA. La città perse la propria importanza con tutta probabilità a causa delle scorrerie degli Arabi: solo con la costruzione del castello dei Malaspina sul colle di Serravalle (1112), la nuova Bosa, trasferita due chilometri più a valle, riacquistò un ruolo di primo piano, staccandosi dal giudicato del Logudoro.

Nella zona di Calameda restò solo la cattedrale di S. Pietro, costruita nel 1073 da Costantino de Castra, forse il primo vescovo della diocesi di Bosa. La chiesa venne successivamente ampliata sia verso l’abside (1110-20) che verso il prospetto, che è già gotico (forse fino al XIII secolo).

Alla vigilia dell’invasione aragonese, i pisani potenziarono il castello costruendo una torre maestra che ricorda le torri cagliaritane dell’elefante e di S. Pancrazio (1305 e 1307), costruite subito dopo quella bosana forse dallo stesso Giovanni Capula.

Passata per breve periodo in mano ai giudici d’Arborea, la città nel 1323 tornò ai Malaspina, ai quali fu tolta nel 1330: in quest’anno per la prima volta il feudo di Bosa venne assegnato ad uno spagnolo, Pietro Ortiz, che ampliò il castello con una torre pentagona.

Tornata agli arborensi, Bosa fu per lunghi anni la base operativa di Mariano IV nella lotta contro Pietro IV il Cerimonioso (1354-55). Nel 1388 la città inviò propri rappresentanti alle trattative di pace tra Giovanni d’Aragona ed Eleonora d’Arborea. L’esistenza di una vera organizzazione comunale, oltre che da questo fatto, è dimostrata dalla recente scoperta di alcuni frammenti degli statuti di Bosa.

La città utilizzò intelligentemente in quegli anni il singolare privilegio di partecipare a tutti i tre stamenti del Parlamento sardo, attraverso il feudatario, il vescovo ed i delegati dei cittadini. Questa situazione di città “reale”, libera, ma controllata dall’alto dal castello saldamente in mano del feudatario, causò indubbiamente una serie di contrasti, documentati ad esempio nel 1421, allorché due sindics di Bosa ottennero dal re Alfonso il Magnanimo la destituzione del castellano Pietro de San Johan, al quale si rimproverava d’aver bombardato la città (nel 1415), nel tentativo di soffocare nel sangue una rivolta scoppiata tra i cittadini desiderosi di difendere i privilegi del vescovo. Intanto, s’era andato sviluppando, alle falde del colle di Serravalle, il quartiere di Sa Costa, chiuso da poderose mura, che ancora oggi conserva le originarie strutture medioevali.

Sotto Giovanni II iniziò a funzionare a Bosa una zecca, che emetteva monete di biglione, mentre nel 1478 nel castello di Serravalle si consumò il dramma della fine del giudicato d’Arborea: il marchese di Oristano, Leonardo Cubello Alagon, vinto a Macomer, trovò in città l’ultimo rifugio, prima di essere catturato da una nave spagnola, mentre fuggiva per mare verso Genova.

 

NELL’ETA’ MODERNA. Nel 1528 i bosani, schierati con Carlo V, per paura dello sbarco della flotta francese comandata da Andrea Doria, ostruirono con dei massi la foce del Temo, forse a S’Istagnone, determinando un rapido decadimento del porto e l’interramento della vallata.

Nel 1565 Filippo II accolse la richiesta dello Stamento militare ed ordinò che venissero tradotti in lingua catalana gli statuti di Bosa, originariamente in italiano o in sardo.

Altre notizie della città in età spagnola si anno nel rapporto di Marco Antonio Camos (1572), mentre per l’età sabauda è interessante la relazione nel 1770 della visita che il viceré Vittorio Ludovico de Hayes compì anche a Bosa: venne segnalato lo stato d’abbandono degli uffici ed in particolare degli archivi.

La popolazione era andata in quegli anni progressivamente aumentando, tanto che dai 2.023 abitanti del 1688 si era giunti nel 1698 a 3.335, nel 1728 a 3.885, nel 1751 a 4.609.

Nel 1606 avvenne una gravissima inondazione, mentre un gigantesco incendio è documentato per il 1663.

Passata ai Savoia, la città riacquistò via via una certa importanza: già nel 1721 le barche coralline napoletane furono autorizzate a far quarantena anche nel porto di Bosa ed in conseguenza fu inaugurato un lazzareto a S. Giusta. Nel 1750 Carlo Emanuele III autorizzò un gruppo di coloni greci provenienti dalla Morea a colonizzare una parte del territorio di Bosa: fu così fondato il paese di Montresta.

NELL’OTTOCENTO. Divenuta capoluogo di provincia (1807-21), la città conobbe per tutto l’Ottocento un progressivo sviluppo economico: la popolazione passò via via dai 5.600 abitanti del 1821 ai 6.260 del 1844, ai 6.403 del 1861, ai 6.696 del 1881, ai 6.846 del 1901.

Si sviluppò enormemente l’attività della concia delle pelli (nei quartieri di Sas Conzas), mentre le vecchie mura vennero abbattute e già alla metà del XIX secolo la città si ampliò verso il mare, secondo le indicazioni del “piano d’ornato”; il nuovo acquedotto, inaugurato nel 1877, la nuova rete fognaria, il ponte sul Temo (1871), i palazzi del centralissimo Corso Vittorio Emanuele, la strada ferrata a scartamento ridotto per Macomer, i monumenti e le numerose chiese segnarono un risveglio economico che soltanto in età fascista e nell’immediato secondo dopoguerra conobbe un sensibile rallentamento.

Oggi la città (8.632 abitanti nel 1971, ma 7.332 nel 1981) è avviata, grazie all’apertura della bella litoranea per Alghero che segna la fine di un secolare isolamento, verso un avvenire turistico promettente specie da un punto di vista sociale.