STUDIO GALLUS

COORDINATORE ARCH.G.B. GALLUS

BIANCA GERUSALEMME

LA STORIA DI CAGLIARI

 

LE ORIGINI: Il nome antico di Cagliari – Karalis, Karales – ha la stessa radice, Kar, che è dato trovare in altri toponimi del bacino del Mediterraneo. Si tratta di un vecchio sostrato, mediterraneo e preindoeuropeo, che significa “roccia”, al quale si è aggiunto il suffisso al(i) di valore collettivo, anch’esso tipicamente mediterraneo, per cui il nome Karali dovette dunque significare “località rocciosa” o anche “ammasso di rocce”.  Tale apparì con le sue imponenti colline calcaree dell’attuale Castello e di S. Elia, biancheggianti e rilevabili da qualsiasi punto del golfo degli Angeli, a chi, come i protosardi, veniva dal mare. Le fonti medioevali arrestano la successiva metatesi per cui dal vecchio nome si ha Calari e, nei testi latini, Calaris, alla quale forma si affiancò, sin dal secolo XIII, la forma Callari e Callaris dalla quale, per influsso catalano-spagnuolo, si svolse l’attuale forma “Cagliari”. 

Gli antichi e recenti scavi effettuati a S. Elia, alla Sella del Diavolo, a Calamosca, a Monteclaro, a S. Bartolomeo, a S. Gilla e nella vicina piana di Quartu documentano senza possibilità di smentita che Cagliari fu abitata già dalla fine del III millennio e nel II millennio, ancora in età prenuragica e per tutto il periodo nuragico prefenicio. Per la sua posizione geografica essa doveva diventare naturalmente una sede di insediamenti umani.

Cagliari offrì successivamente un sicuro punto d’approdo e di rifugio alle nave fenicie che, provenienti dalla città di Tiro, percorrevano la lunga rotta che collega le coste dell’odierno Libano con i porti della penisola iberica.

 

CAGLIARI PUNICA. In questo periodo essa, con altre città sarde, può essere considerata un vero e proprio centro urbano in piena fase di espansione territoriale.

Sotto la dominazione cartaginese la città si estendeva lungo l’asse est- ovest, seguendo il percorso della costa pianeggiante dal colle di Bonaria all’attuale quartiere di S. Avendrace. In quel lungo periodo di tempo fu un importante centro commerciale. Nel suo porto giungevano le merci dell’Oriente; da esso ripartivano verso altri porti del Mediterraneo i tipici prodotti dell’economia isolana: cereali, minerali, lana, formaggio ed altri derivati dall’agricoltura e dall’allevamento. La parlata locale doveva essere, con tutta probabilità, limitata ai rapporti fra gli indigeni mentre la lingua ufficiale stando ai pochi documenti epigrafici pervenuti – e non tutti propriamente da Cagliari – doveva essere quella punica.

Durante la dominazione cartaginese partiva da Cagliari l’importante via che collegava la città con S. Andrea Frius, Mandas, Isili, da cui si dipartivano diramazioni per il Gerrei e per le altre regioni dell’isola. Queste, ed altre che formavano una complessa rete, dovettero contribuire a favorire la diffusione della civiltà punica fra i sardi e la fusione fra l’elemento locale e quello punico.

Da alcuni documenti epigrafici risulta che la città si governava con un sistema simile a quello cartaginese: con dei sufeti, magistrati annuali che erano l’espressione dell’aristocrazia locale, formata da cittadini arricchiti nei traffici e nei commerci. Tale ceto aristocratico –mercantile risultava dall’integrazione dall’elemento locale con l’elemento forestiero: notevole era, comunque, la presenza e la forza politica ed economica dell’elemento cartaginese.

Da altri documenti epigrafici risulta l’esistenza a Cagliari di un principe dei sacerdoti – carica importantissima, eminentemente aristocratica quale era la casta sacerdotale -. Risulta inoltre che era diffuso il culto religioso della Astarte Ericina, venerata sul Capo S. Elia, e che era praticato in città il culto di Hur, una divinità nella quale – secondo gli studiosi che si sono occupati del problema – deve riconoscersi una manifestazione cronia del divino. Particolari testimonianze sull’attività artistica in Cagliari durante il periodo della dominazione cartaginese sono state date dagli scavi e dai ritrovamenti effettuati nella necropoli di Tuvixeddu e nella località di S. Gilla. Sono rimaste tracce delle mura che chiudevano la città, testimonianze di architetture e costruzioni in genere.

 

CAGLIARI ROMANA. Nel 238 a.C., poco dopo la prima guerra punica, Cagliari passò sotto il dominio romano. Essa conservò le sue caratteristiche di città commerciale e conservò, inoltre, quei particolari connotati che le permisero ancora per molto tempo di apparire una città volta più all’Oriente che non gravitante nella sfera del nuovo dominatore romano.

Fu, è ben vero, il centro da cui il dominio romano si irradiò nell’isola, ma conservò per lungo tratto i suoi usi, la sua costituzione politica, i suoi culti particolari. Al tempo di Cesare ebbe il titolo di Municipium Julium ed i suoi cittadini furono iscritti alla tribù Quirina.

Scomparsa la vecchia magistratura locale rappresentata dai sufeti, il governo risultò formato da un collegio di quattuorviri, due dei quali addetti all’amministrazione della giustizia (iura dicundo), due alla cura delle vie, dei mercati, degli edifici pubblici, dotati di aedilicia potestas. Fra i quattuorviri ricordati è testimoniata anche l’esistenza dei quinquemnales, ossia di coloro che erano incaricati del censimento, da tenersi ogni quattro anni trascorsi. Esiste notizia dell’esistenza di un procurator Karalitanorum del quale, però, ci sfuggono le esatte competenze. E’ attestata, inoltre, l’esistenza di quello che potremmo chiamare un consiglio municipale: l’ordo decurionum, composto in prevalenza da ex- magistrati.

La fonte principale della sua ricchezza era costituita dal porto, concordemente lodato da storici e poeti per la sua posizione e la sua sicurezza, e dal commercio dei prodotti che ad esso affluivano. E’ intanto da ricordare che Cagliari era il terminale delle quattro grandi strade che attraversavano l’isola: l’occidentale e l’orientale, costiere, e le due centrali che, attraversando il cuore dell’isola, terminavano ad Olbia ed a Biora. L’importanza della città nell’approvvigionamento di Roma è testimoniata dall’iscrizione musiva che si trova nel Foro di Ostia nella quale sono ricordati i navicularii et negotiantes karalitani.

 

LA STRUTTURA URBANISTICA ROMANA. La città – che conservava la sua disposizione nel senso della lunghezza, con un’acropoli che potrebbe essere l’odierno Castello o la parte alta del quartiere di Stampace, sito alle falde del Castello – era ricca di edifici pubblici, luoghi per il passeggio, terme, granai appartenenti allo Stato. I ceti signorili avevano le loro dimore nell’odierno quartiere di S. Avendrace ed alla base del colle di Bonaria; il quartiere più operoso stava al centro, fra l’odierno Corso Vittorio Emanuele e il porto. E’ stato ritenuto che il foro si trovasse nelle vicinanze dell’odierna piazza del Carmine. Gli ultimi ritrovamenti archeologici (fra il 1958 ed il 1978) – causati per lo più da lavori di sbancamento per nuove costruzioni o posa di cavi o di fognature – hanno restituito cisterne e serbatoi presso la chiesa del Carmine; un recinto templare tardo- punico del III secolo a.C., abitazioni private del I secolo d.C., un edificio termale del secolo II d.C. nel Largo Carlo Felice; un gruppo di abitazioni, presso la cosiddetta Casa di Tigellio, fra le quali è notevole quella del Tablino Dipinto, del periodo compreso fra l’età repubblicana ed il IV secolo d.C. A questi edifici si debbono aggiungere i resti di imponenti terme scoperti di recente nel viale Trieste e altre importanti testimonianze, fra le quali un tempio punico ed un annesso teatro per rappresentazioni mimiche legate al culto, scoperto nella via Malta; le importanti necropoli di S. Avendrace, di Bonaria – nei pressi del vecchio Cimitero monumentale - , nella parte alta del viale Regina Margherita ove era situato il cimitero degli  appartenenti di un reparto della Flotta Misenate, stanziato a protezione del porto di Cagliari e del suo entroterra. Dalla necropoli presso il colle di Bonaria è giunta a noi una buona quantità di materiale epigrafico, formato in maggior parte da titoli funerari, conservata  presso la chiesa di S. Saturno. Alle pendici occidentali dell’acropoli sorgeva il grande anfiteatro, del II secolo d.C., interamente scavato nella roccia.

Il fabbisogno idrico di Cagliari era soddisfatto, al tempo di Roma, da grandi cisterne, situate nell’attuale Orto Botanico, e da un acquedotto che partiva da Siliqua e, attraverso Decimo, Assemini, Elmas, entrava in città per l’odierno quartiere di Stampace.

 

DAI VANDALI A BISANZIO. Cagliari dovete essere la prima delle città sarde nelle quali si diffuse il Cristianesimo che, fino ai tempi del pontefice Gregorio Magno, rimase un fenomeno ristretto  ai centri situati sulle coste dell’isola e nell’immediato entroterra.

E’ probabile che essa sia stata la prima sede episcopale fondata nell’isola;  si può affermare con sicurezza che è la prima ad essere documentata: al concilio di Arles (314) erano presenti il vescovo di Cagliari, Quintasio, ed il prete Ammonio, cagliaritano. Cagliari cristiana ha dato alla fede almeno un martire, Saturno, la cui Passione, seppure giunta a noi in un tardo rimaneggiamento, è utile perché ci permette di conoscere alcuni particolari sul tessuto della città al tempo dell’imperatore Diocleziano.

La dominazione vandalica (455-553) ha lasciato nella città pochi ricordi. Si può dire che essa, come del resto altri luoghi dell’isola, fu un luogo di confino. Infatti il re dei Vandali, Trasamondo, inviò in esilio a Cagliari i vescovi africani che, fedeli all’ortodossia cattolica, avevano respinto le dottrine ariane. Cagliari accolse in quel periodo il vescovo di Ruspe, S. Fulgenzio, che con i suoi confratelli si stabilì presso la basilica dedicata al martire Saturno. Fulgenzio vi scrisse buona parte delle sue opere, e, per questo e per altri motivi, si può dire che Cagliari fu un fervido centro di cultura con una sua officina scrittoria. Fra i vescovi africani relegati a Cagliari era anche quello di Ippona che aveva trasportato con sé  il corpo di S. Agostino il quale, in seguito, probabilmente durante il regno del re longobardo Liutprando, fu trasferito a Pavia.

Alla fine delle guerre gotiche Cagliari, che Procopio ricorda circondata da mura, ritornò all’impero bizantino. La presenza bizantina andò poi gradualmente calando in conseguenza delle incursioni arabe che si fecero più numerose e più pericolose dopo che gli arabi si stabilirono in Sicilia (827). Una lettura attenta delle fonti arabe permette una rassegna di queste incursioni; notevole è dal nostro punto di vista, che la città spostò, per così dire, il suo centro. La costa fu abbandonata e la popolazione si stabilì al di là della striscia di terra che chiude la laguna di S. Gilla, in modo da evitare le sorprese delle improvvise scorrerie saracene. Furono ripopolate l’isoletta di S. Simone – già abitata al tempo della dominazione punica – e la zona circostante. In conseguenza di questa situazione di pericolo sempre incombente, Cagliari, come del resto tutta la Sardegna, venne a trovarsi isolata. Fu a causa di questo isolamento, durato all’incirca tre secoli, che in Sardegna sorsero i Giudicati. Cagliari fu la capitale del giudicato omonimo.

 

CAGLIARI GIUDICALE E PISANA. La Cagliari giudicale si estendeva anch’essa in un primo tempo al riparo della laguna di S.Gilla; ivi erano la cattedrale, la residenza dei giudici, il nucleo dell’amministrazione.  La lingua ufficiale – stando alle poche iscrizioni pervenuteci – era quella greca. Sui primi giudici cagliaritani – che assumevano il nome dinastico di Torchitorio o di Salusio – poco si sa.

Della vita e della cultura cagliaritane in questo periodo si hanno scarsissime notizie.

Solo dopo il Mille, affievolitosi e poi definitivamente scomparso il pericolo saraceno, Cagliari cominciò a risorgere e per la presenza di gruppi monastici – benedettini di S. Vittore di Marsiglia e altri venuti da Montecassino – acquistò una nuova fisionomia.

Dopo la guerra balearica (1015-1016) si aperse alla civiltà occidentale e riprese la sua tradizione marinara e commerciale. Correnti di traffico si svolsero con Marsiglia e altri porti della Provenza e, successivamente, con Genova e Pisa. Le due repubbliche marinare avevano forte interesse ad assicurarsi la supremazia sul principale porto dell’isola ed a monopolizzare il traffico.

Quando, ad un certo momento, l’isola fu divisa in sfere d’influenza, Cagliari ed il suo giudicato entrarono, non senza contrasti, nell’orbita pisana. Per via di matrimonio e di parentele divenne giudice di Cagliari il marchese Guglielmo di Massa: con lui l’elemento pisano si insediò saldamente nel giudicato, sostenuto da una lunga serie di donazioni di terre fatta a privati cittadini ed all’Opera di Santa Maria, che amministrava le proprietà pervenute al duomo di Pisa.

Con la presenza pisana la città spostò nuovamente il suo centro vitale lungo la costa e fu rimesso in funzione ed ampliato il vecchio porto, al quale approdavano le navi pisane; i vecchi quartieri che si affacciavano sul mare riacquistarono nuova vita, riacquistarono importanza il vecchio quartiere marinaro, la Lapola, e lo Stampace. Nel contempo i Pisani si erano insediati nella parte alta della città, il Castello, che fortificarono.

Dopo la caduta del giudicato cagliaritano  e la scomparsa dell’ultimo giudice, Guglielmo di Cepola, Cagliari prese dal 1258 la fisionomia di un Comune “pazionato”, ebbe un suo Statuto, i suoi organi di governo locale, il Consiglio Maggiore e quello Minore, mentre l’autorità centrale emanante da Pisa fu rappresentata da Castellani, inviati da Pisa, che rappresentavano ed esercitavano l’autorità del Comune dominante.

Fu compiuta la cinta delle mura intorno al Castello, che successivamente fu guarnita con tre possenti torri; furono fortificati e cinti da mura lo Stampace e La Lapola; fu costruita una nuova cattedrale, nel Castello, e si costruirono anche altri importanti edifici.

Il porto divenne uno dei più importanti del mare Tirreno; in esso esisteva un bacino per la riparazione delle navi; ad esso facevano scalo navi e marcanti provenienti dall’Italia, dalla penisola Iberica, dall’Africa settentrionale.

E’ possibile affermare che durante il periodo della dominazione pisana la popolazione della città aumentò; alla sua primitiva cerchia si aggiunsero altri aggregati urbani: l’appendice di Villanova, anch’essa cinta da mura, e la Villa degli Orti, che corrisponde all’odierno quartiere che, sotto altra forma, ne ripete il nome, La Vega.

 

L’ORGANIZZAZIONE ARAGONESE. Il declino politico di Pisa in terraferma, le complicazioni di carattere internazionale derivanti dalla guerra del Vespro portarono all’infeudazione dell’isola – sulla quale la Chiesa di Roma aveva sempre vantato dei diritti – da parte del Pontefice Bonifacio VIII al re d’Aragona Giacomo II (1297).

La conquista dell’isola avvenne, però, nel periodo compreso fra il 1323 ed il 1326. Il passaggio della città ai nuovi dominatori non fu semplice né facile. Con la presenza pisana si era andato formando un ceto locale di borghesia mercantile che con la nuova dominazione fu completamente cancellato. I locali furono espulsi dal Castello, che era il centro della vita cittadina, e le cariche pubbliche ed i commerci divennero appannaggio di catalani, maiorchini, valenzani, aragonesi. Ciò causò parecchio malcontento e accentuò, insieme con altri fattori (non ultimo l’introduzione del feudalesimo), il distacco fra i vincitori ed i vinti. Gli aragonesi rafforzarono le fortificazioni del Castello e della Lapola, migliorarono la ricettività del porto con la costruzione di una nuova darsena.

Alla città fu imposto un sistema municipale di tipo barcellonese e l’amministrazione fu riservata ai conquistatori. Cancellate le istituzioni comunali pisane, il governo di Cagliari fu affidato ad un bailo e ad un vicario, incaricati di amministrare la giustizia; in tempi posteriori il bailo ebbe anche competenze di portolano e di doganiere mentre il vicario ebbe l’incarico di controllare gli Ebrei e la corporazioni di arti e mestieri (gremi). L’alcaide sovrintendeva alla manutenzione e sorveglianza delle torri e delle mura. L’annona era controllata dall’amostassen (“mostazzaffo”) coadiuvato dal clavario della frumentaria e dal clavario della macellazione. Le opere pubbliche ricadevano sotto la competenza degli obrieri.

Il consiglio civico era costituito da cinque consiglieri e da cinquanta giurati, in un primo tempo designati, successivamente estratti a sorte col sistema dell’insaccolazione. Le controversie riguardanti il commercio venivano discusse davanti al consolato del mare.

La città fu la capitale dell’isola e del regno; in essa ebbe sede prima il governatore generale e successivamente il viceré. La città mantenne sotto gli aragonesi, come poi sotto il regno di Spagna, il suo carattere di centro commerciale. Molti mercanti iberici si arricchirono con i traffici e poterono così acquistare dei feudi dalla Corona. I danni causati dall’incendio del 1358, che distrusse buona parte della città, furono sanati dai mercanti locali. Accanto ad essi operavano anche mercanti e banchieri italiani; il fallimento della fiorentina Compagnia dei Peruzzi ebbe ripercussioni anche a Cagliari.

 

LO SVILUPPO COMMERCIALE E LA DOMINAZIONE SPAGNOLA. Durante i secoli XV, XVI, XVII si sviluppò a Cagliari una fiorente colonia di mercanti genovesi che, favoriti dai rapporti correnti fra Genova e la monarchia spagnola, svolgevano attività diverse: dall’incetta del grano e di altri cereali, al prestito di denaro, alla vendita di drappi e di merci varie. I genovesi formarono ben presto un’associazione di carattere religioso e assistenziale e nel secolo XVI costruirono nella Costa

- l’attuale via Manno – una chiesa intitolata a S. Caterina.

Durante il periodo della dominazione aragonese e spagnola Cagliari conobbe un certo sviluppo demografico e si adornò di alcuni edifici di notevole valore architettonico; ricordiamo tra essi il palazzo del Comune – uno dei pochi esempi di architettura rinascimentale -, il portale della casa dei marchesi Zapata, il chiostro della chiesa di S. Domenico.

Nel secolo XVII si ebbe anche una riforma nel campo dell’amministrazione cittadina. 

Alla fine del XVI secolo Cagliari ebbe la prima tipografia e, nel parlamento del 1603, fu chiesta la creazione dell’Università: l’istituzione prese a funzionare nel 1626. La creazione dell’Università accrebbe importanza alla capitale del regno, nella quale si svilupparono altre istituzioni culturali, fra le quali un teatro, e associazioni di carità, che facevano capo a confraternite, la più antica delle quali è quella del Sacro Monte, fondata nel 1531.

Intense furono anche l’attività archeologica e la pubblicistica, rivolte nel ’600 all’invenzione di reliquie e di “corpi santi” ed a rivendicare il primato della chiesa cagliaritana su quella turritana.

Si può dire che durante la dominazione spagnola Cagliari visse una vita in apparenza tranquilla, turbata dall’uccisione del viceré, marchese di Camarassa, determinata oltre che da dissapori politici fra alcune famiglie nobili, anche da motivi di risentimento personale. Gli uccisori del viceré furono catturati e condannati a morte; uno di essi, Jacopo di Castelvì marchese di Cea, fu decapitato a Cagliari, nell’odierna piazza Carlo Alberto.

La congiura contro il Camarassa fu il segno manifesto del distacco che si era andato creando fra i sardi e la Spagna. All’epoca della guerra di successione spagnola (1700-1713) questi contrasti vennero chiaramente alla luce: nel nord dell’isola si parteggiava per l’Austria, a Cagliari, forse perché ivi risiedeva il viceré ed avevano sede i principali uffici, si parteggiava per la Spagna. Nel 1708 la città passo agli Austriaci. Al trattato di Utrecht (1713), che concedeva l’isola all’Austria, seguì la spedizione organizzata dal cardinale Alberoni che aveva come scopo la riconquista dell’isola; una flotta spagnola bombardò la città nel 1717 e costrinse gli Austriaci alla resa. Ma l’azione non diede i risultati sperati perché con il trattato di Londra (2 agosto 1718) la Sardegna veniva assegnata, con titolo regio, a Vittorio Amedeo II di Savoia.

 

CAGLIARI SABAUDA E I MOTI ANTIPIEMONTESI. Dal 4 agosto 1720 la Sardegna entrava formalmente sotto la sovranità dei Savoia.

Cagliari mantenne il suo ruolo di capitale: rimase sede del viceré e dei principali uffici  amministrativi e giudiziari. Durante il regno di Carlo Emanuele III fu riformato il sistema di composizione del consiglio comunale, fu costruito l’edificio dell’Università (1765) e fu costruita la ricca biblioteca universitaria. Al tempo di Vittorio Amedeo III fu creato in città un Monte nummario.

Nel 1792, correndo voce di una spedizione francese contro la Sardegna, le difese di Cagliari furono rafforzate. Il 18 dicembre di quell’anno comparve nel golfo una squadra francese, comandata dall’ammiraglio Truguet, ma un fortunale costrinse le navi ad allontanarsi. L’attacco contro la città fu portato un mese più tardi e ci fu anche uno sbarco, respinto, sulla marina di Quartu.

Le nuove idee della Rivoluzione si erano frattanto diffuse fra gli intellettuali e gli esponenti della borghesia. Il sovrano tentò di cattivarsi le simpatie con la promessa di grazie e privilegi ma le promesse non vennero mantenute; si diffuse lo scontento e scoppiò, così, nel 1794, un vasto moto antipiemontese: i piemontesi che risiedevano nell’isola furono cacciati e costretti ad imbarcarsi per il continente.

L’invio di un nuovo viceré non fu sufficiente a ristabilire l’ordine. A Cagliari, dove la propaganda giacobina e antipiemontese era molto forte, scoppiarono nuovi moti popolari. Repressi i moti, ai quali si era aggiunta la rivolta antifeudale capeggiata dall’Angioy, furono, nel 1796, concessi in parte i privilegi e le grazie richiesti dai sardi.

Allorché il Piemonte, nel 1799, fu occupato dalle truppe francesi, il re Carlo Emanuele IV si stabilì in Cagliari con la sua corte, rimanendovi dal 3 marzo al 19 settembre di quell’anno. Riconquistato il Piemonte da parte degli Austro- Russi il re ripartì per la terraferma affidando il viceregno a Carlo Felice. In città sussisteva ancora un fermento antipiemontese che faceva capo al tribuno Vincenzo Sulis.

 

CAGLIARI NELL’OTTOCENTO. Sotto l’amministrazione di Carlo Felice, che fu viceré anche sotto Vittorio Emanuele I, le condizioni della città e dell’isola migliorarono assai. Si iniziò la costruzione della grande arteria che, ricalcando in parte le grandi strade romane, congiunge Cagliari a Porto Torres; fu creata, nel 1804, la Società Agraria ed Economica e fu dato impulso al riscatto dei sardi fatti schiavi dai barbareschi che, fino ai primi decenni del secolo, predavano persone e cose nei villaggi del litorale.

Vittorio Emanuele I, che in precedenza era stato governatore di Cagliari, vi tornò da esule nel 1806 e vi rimase, con la sua famiglia e la corte, fino a quando Napoleone non scomparve dalla scena politica europea. La presenza della modesta corte e gli avvenimenti legati ad essa non impedirono tuttavia il riaccendersi in città dell’odio e dell’astio antipiemontesi. Nel 1812 fu scoperta una congiura e ad essa seguì una memorabile repressione. Ancora oggi l’anno dodici (s’annu doxi) è, nel linguaggio popolare, sinonimo di repressione e persecuzione.

Ritornata la corte a Torino, nel 1814, rimase a Cagliari, come reggente, per un anno, Maria Teresa. Intanto la città aveva assunto un’altra fisionomia: dal 1811 si era provveduto all’illuminazione pubblica e si era meglio curata la manutenzione delle strade. Sotto Carlo Alberto fu istituito un servizio postale che collegava la città con Genova (1835), fu istituito un servizio di diligenze fra Cagliari e Sassari (1837), fu istituito un consiglio edilizio (1838), furono costruite nuove opere portuali e si manifestò un timido inizio di attività industriali con il sorgere della manifattura dei tabacchi, di alcune fabbriche di tessuti, di alcuni berrettifici. Nel 1836-’41 furono attuate nuove norme riguardanti l’amministrazione comunale.

Nella seconda metà del secolo scorso la città si sviluppò maggiormente e si avviò ad assumere il ruolo di città più importante dell’isola. Furono costruite nuove strade (1851), fu costruito un impianto per la produzione e la distribuzione del gas illuminante (1867). La costruzione delle ferrovie contribuì a meglio valorizzare il suo porto e, quindi, il commercio. Nel 1871-72 furono inaugurate le linee che collegavano Cagliari con Iglesias e con Oristano; nel 1887 furono inaugurate le ferrovie secondarie. Nel 1896 una piccola ferrovia, rimasta in funzione fino agli inizi degli anni trenta di questo secolo, collegava Cagliari a Quartu attraverso i paesi del Campidano.

 

CAGLIARI E IL MEDITERRANEO. Si può dire che negli ultimi cento anni la città ha progredito notevolmente ne sono segno l’incremento delle industrie e dei commerci, l’estensione del tessuto urbano e l’aumento della popolazione. Nacquero e si svilupparono industrie molitorie e alimentari, siderurgiche e cantieristiche; la vecchia cinta urbana fu superata e si formarono molti nuovi quartieri; alla fine del secolo Cagliari contava 38.000 abitanti, nel 1901 ne contava 53.000, oggi questa cifra è più che quadruplicata.

Le grandi incursioni aeree dell’ultima guerra mutilarono tremendamente la città: si calcola che in quelle del 1943 il 75% degli edifici sia stato distrutto o lesionato. Ma l’amore e la dedizione dei cagliaritani alla loro città hanno fatto miracoli: la ricostruzione della città ebbe inizio, si può dire, all’indomani dell’8 settembre.

Con la creazione della Regione Autonoma della Sardegna Cagliari è diventata sede della Giunta e del Consiglio regionali; sono sorti nuovi ed importanti edifici, è sorta una nuova macchina burocratica.

Malgrado il suo destino di capitale, Cagliari deve, però, mantenere fede soprattutto alla sua vocazione marinara: il suo porto e le attività ad esso legate debbono essere la sorgente del suo benessere.