STUDIO GALLUS

COORDINATORE ARCH.G.B. GALLUS

 

BIANCA GERUSALEMME

 

Cagliari si stringe attorno alla rocca che ha dato il nome al suo quartiere più importante, per secoli fulcro del potere politico, oggi sede di strutture culturali.

 

 

Il nome è d’origine orientale, forse fenicia. L’antica denominazione di Cagliari, Karales, con cui anche i Romani la conobbero, rimanda ad una radice, Kar, che si ritrova in altre località del Mediterraneo: e vorrebbe significare “roccia”, “altura fortificata”.

Così appare dal mare ancora oggi la città, col suo castello alto sul golfo degli Angeli: “una bianca Gerusalemme” la chiamò uno scrittore all’inizio del secolo. In realtà la Cagliari che vediamo oggi è una città abbastanza recente.

Alle origini, primi sotto i Cartaginesi e poi, soprattutto, sotto Roma, il centro urbano crebbe ai bordi del mare, spostato verso il grande di Santa Gilla (uno dei tanti stagni d’acqua salata che circondano la città e che l’hanno fatta dichiarare una delle zone umide protette più importanti del Mediterraneo). Lì sorse anche la città giudicale di Santa Igia, che fu la capitale di uno dei quattro grandi territori indipendenti in cui la Sardegna si trovò divisa all’alba dell’anno Mille.

  Poi vennero i Pisani, che diedero alla città l’organizzazione di un grande centro commerciale e ne fecero il perno della loro nell’isola. Furono loro che scelsero di costruire la rocca della città sul ripido colle che la domina: così nacque il castello, destinato a diventare non solo il quartiere più importante della città, sede del potere politico di turno, ma anche il nome stesso di Cagliari. Che in sardo, infatti, si chiama Casteddu. I Pisani lo cinsero di mura e baluardi e fecero erigere le due grandi torri che ancora ne segnano il profilo: la torre dell’Elefante, in basso (si chiama così per la scultura d’un elefantino che poggia su una mensola sporgente del vasto paramento), e la torre di San Pancrazio, in alto, realizzate fra il 1305 e il 1307. Ai piedi del castello si svilupparono poi i primi tre quartieri “storici”: La Marina, che collega il colle con il porto, Stampace il quartiere degli artigiani e della piccola borghesia dei commerci e delle professioni; e Villanova, dove andarono ad inurbarsi i contadini del vicino Campidano.

  Quando, nel 1323, sbarcò in Sardegna per prendersi quell’isola di cui Papa Bonifacio VIIIaveva fatto re suo padre, l’infante Alfonso D’Aragona dal golfo di Palmas, sulla costa sud -occidentale, puntò diritto su Cagliari (o Castel di Castro, come si chiamava allora): lasciò una parte dell’esercito ad assediare Iglesias, affrontò i Pisani in un’aspra battaglia al bordo degli stagni, li costrinse alla resa. Da quel momento Cagliari (come del resto tutta la Sardegna) sarebbe rimasta per quattro secoli sotto il dominio prima aragonese e poi spagnolo: qui, nella roccaforte del Castello, stavano i viceré, gli arcivescovi, i giudici, gli alti funzionari, le famiglie di feudatari potenti, i percettori delle mille imposte. A sera un trombettiere avvertiva i “sardi” che le porte stavano per chiudersi: i “sardi” lasciavano il castello, Aragonesi o Spagnoli dormivano soli e tranquilli.

  Questo spiega anche perché il Castello divenne, nei secoli, il simbolo stesso del potere: di un potere non di rado arrogante e oppressivo. Così, quando alla fine del Settecento (nel 1720 la Sardegna era traghettata fra i possedimenti dei Savoia, che da re di Sicilia si trovarono, di malavoglia, a diventare re di Sardegna) si aprì un duro contenzioso fra borghesia e nobiltà isolana da una parte, e dall’altra piemontesi di stanza a Cagliari o di stanza a corte, a Torino, un’improvvisa sollevazione popolare vide la folla dei sardi abbattersi come un’onda irresistibile su porte e bastioni del Castello, conquistarlo d’un balzo, fare prigionieri vicerè, arcivescovo e ogni altro piemontese e poi, con un gesto che doveva risultare nel tempo più simbolico che politicamente decisivo, imbarcarli sulle navi e rispedirli in continente.

  In memoria di quel giorno, 28 Aprile 1794, la Sardegna celebra da qualche anno in qua una festa “dell’orgoglio nazional – regionale” (come è stato detto) che si chiama “ Sa Die de sa Sardinia”, il giorno della Sardegna.

   Cagliari è oggi una città con due cuori. Uno è il suo cuore “storico”: quel castello dove ora, magari, non abita più il vicerè (nell’antico palazzo, che è un monumento importante dell’architettura civile e ha begli interni e un interessante ciclo di affreschi sulla storia dell’isola, sono ospitati la Prefettura e il Consiglio provinciale), ma dove ancora si respirano le memorie della Cagliari medievale e moderna. Tanto più ora che il vecchio arsenale è stato trasformato, con un’ardita opera di architettura, in una cittadella dei Musei che ospita la Pinacoteca Nazionale, diversi istituti universitari e altre importanti strutture culturali. Nella pinacoteca sono confluite molte delle opere di pittura che fra Trecento e Settecento ornarono le chiese (alcune anche scomparse) di Cagliari e dei centri vicini: i retabli, le grandi tavole d’altare dipinte soprattutto fra Quattro e Cinquecento, restituiscono quell’aria di Spagna, anzi di solare civiltà mediterraneo, che forse altrove non si percepisce con uguale intensità.  

  Il Castello ha dovuto conservare nei secoli, per la stessa conformazione del sito, la struttura urbanistica delle origini: le viuzze strette, i piccoli slarghi, le scalinate e gli archivolti. Dai quali ogni tanto si esce in improvvise grandi balconate da cui si vede tutto il golfo sino alla linea d’ombra dei monti di Capoterra.

  L’altro cuore è quello che batte intorno alla via Roma: che vuol dire tra il porto, fondamentale per l’economia della città anche oggi che qui attraccano quasi soltanto le navi passeggeri mentre il traffico commerciale si va spostando verso il nuovo grande porto canale costruito a misura di globalizzazione mondiale dei trasporti, e il bianco palazzo di Città, costruito all’inizio del secolo quasi ad esaltazione del decisivo balzo in avanti con cui la città divenne, da quel momento, la capitale “reale” sull’isola. Via Roma da sul porto con la sua “palazzata”, la sfilata di facciate che tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento disegnarono questa scenografia mediterranea allo sbocco del grande spazio di Largo Carlo Felice ricavato dall’abbattimento delle mura e delle fortificazioni che sin dopo metà dell’Ottocento avevano conservato a Cagliari il carattere e il titolo di piazzaforte militare.

  Oggi Carlo Felice, che prima di essere re di Sardegna fu a Cagliari vicerè nel periodo in cui i Savoia avevano abbandonato il Piemonte per sfuggire all’invasione francese, ha qui la sua bella statua: col suo un po’ incongruo abbigliamento da romano antico, indica il punto zero da dove parte la grande strada che da Cagliari attraversa tutta l’isola per finire, dopo 230 km, a Porto Torres (e che è intitolata a lui perché fu proprio a deciderne la costruzione, tra il 1822 e il 1829). Questa è la parte della città che crebbe soprattutto nei primi quarant’anni del Novecento. E fu ricostruita con indomabile energia dopo che i terribili bombardamenti del febbraio e del maggio 1943 avevano rischiato di cancellare per sempre la stessa Cagliari dalla carta geografica dell’isola. Ora ospita quasi tutte le strutture centrali della Giunto al grande al grande palazzo del Consiglio regionale, affacciato anch’esso sulla via Roma.

  La città ha pure un terzo cuore. Un cuore, come dire, pulviscolare, fatto dei tanti pezzettini di Cagliari che sono ora emigrati verso la più serena campana, alla colline che tutt’intorno, tanto ad occidente verso Capoterra e Santa Margherita di Pula quanto ad oriente verso Villasimius, orlano il golfo a ridosso di belle spiagge (quella del Poetto è una della più grandi d’Italia) o su pittoresche scogliere. Oggi Cagliari è una città “distesa”, che tende quasi a coincidere con il suo stesso golfo: che del resto si chiama golfo degli Angeli, e dunque la scelta ha un suo qualche auspicio augurale.