STUDIO GALLUS

COORDINATORE ARCH.G.B. GALLUS

 

LA STORIA DI IGLESIAS

 

LE ORIGINI. Capitale dell’Iglesiente, dove si trovano alcune delle rocce più antiche d’Italia, ricche di minerali (soprattutto di piombo e zinco), Iglesias è stata nei secoli uno dei centri minerari più importanti d’Italia e d’Europa.

Qui l’uomo venne sin dall’antichità a cercare le ricchezze nascoste nelle vene delle montagne. Conobbero queste terre i fenici ed i cartaginesi, che occuparono le zone costiere dove fondarono la città di Sulci (oggi Sant’Antioco), da cui prese il nome l’intera regione del Sulcis, e dove costruirono la fortezza di Monte Sirai, alle spalle dell’attuale Carbonia, proprio per proteggere dalla minaccia di sardi ribelli la via dell’approvvigionamento minerario. Le conobbero anche i romani, che da queste parti costruirono il centro minerario di Metalla, dove venivano inviati schiavi, delinquenti e gruppi etnici minoritari per assicurare a Roma il rifornimento di risorse minerarie attraverso il lavoro forzato.

I pisani la chiamarono Argentaria, per l’argento delle sue miniere. Fu sotto di loro che la città, che aveva allora il nome di Villa di Chiesa (l’attuale Iglesias è un nome di derivazione sardo- spagnola), prese lo sviluppo che doveva portarla, dopo la desolazione degli ultimi secoli del primo Millennio – quando anche l’attività mineraria era stata abbandonata in seguito ai fenomeni di spopolamento e di fuga verso l’interno che caratterizzano la storia di tutta l’isola in quel periodo buio – ad occupare un posto d’assoluto rilievo nell’economia isolana e nello stesso mercato degli scambi che aveva in Pisa e Genova le sue piazzeforti.

 

VILLA DI CHIESA. Si ignora l’anno della fondazione della città. Quando il giudicato di Cagliari fu smembrato fra potenti famiglie della penisola, il Sigerro (“la sesta parte del regno di Cagliari”) toccò ai conti di Donoratico: fu il conte Ugolino della Gherardesca che impresse una forte spinta di sviluppo economico ed urbanistico, incrementò e razionalizzò i sistemi di estrazione dei minerali, la cinse di mura, le diede una prima organizzazione di vita comunitaria, dotandola di uno statuto a somiglianza di quelli in uso nelle città toscane e in particolare, naturalmente, a Pisa.

Dopo la sua morte, avvenuta nel pieno di una serie di lotte di partito che travagliarono Pisa sul finire del XIII secolo, Villa di Chiesa divenne il rifugio dei suoi figli, Guelfo e Lotto, che qui coniarono anche una loro moneta d’argento con l’aquila dei Donoratico, la cui immagine è così frequente nelle chiese di Iglesias e dei villaggi minerari vicini (Villamassargia, Domusnovas, dove sono belle chiese romaniche che ricordano ancora oggi la dominazione pisana), e qui opposero la loro ultima resistenza al Comune dell’Arno. Caduti i due Donoratico, Villa di Chiesa rimase per poco tempo sotto il controllo diretto di Pisa: perché fu proprio contro la città mineraria che si esercitò l’urto della spedizione con cui l’infante Alfonso d’Aragona, figlio di Giacomo II d’Aragona che era stato investito del titolo di re di Sardegna da papa Bonifacio VIII, venne nell’isola, per conquistarla, nel 1323. Villa di Chiesa che già aveva resistito alle mire espansionistiche di Ugone IV d’Arborea, resistette per 6 mesi al duro assedio aragonese: la caduta, il 6 febbraio 1324, non segnava del tutto la fine dell’influenza pisana, che avrebbe continuato a farsi sentire nella vita associata e nella stessa organizzazione dell’attività produttiva.

Nel corso delle rivolte antiaragonesi che scoppiarono in tutta l’isola nella seconda metà del secolo conobbe momenti di disordine, di breve libertà e di nuove oppressioni, finché dal 1409 tornò stabilmente sotto i conquistatori catalani.

Nel 1422 Raimondo Zatrillas l’assediò e la conquistò, tenendola fino al 1440, in cui fu acquistata in feudo per 7.750 lire dal conte di Chiarra, dal quale si riscattò nel 1450. Nel 1475 tornò in potere della casa di Arborea e, dopo la battaglia di Macomer, di quella di Aragona. Finiva così un periodo di sviluppo e iniziava una lunga decadenza che sarebbe durata sino alla metà dell’Ottocento.

 

IL “MODELLO” PISANO. Quello pisano è il periodo “magico” della storia iglesiente. Nata intono ad una chiesa di minatori verso la seconda metà del secolo XIII, di metallici, di ricercatori cioè di miniere, raggruppati in case all’intorno, chiamati a dare sviluppo all’attività mineraria, invogliati dal miraggio di facili guadagni a recarsi nella zona da altre parti dell'isola o della penisola, la “Terramagna”, come i sardi allora la chiamavano, Villa di Chiesa ricevette da sardi e terramagnesi un tale impulso che, pochi anni dopo la tripartizione del giudicato di Cagliari, il centro, retto da un podestà nominato dai Donoratico, diventava, dopo Cagliari, “la località più importante del meridione dell’isola”.

Protetta da un castello, detto di San Guantino o di Salvaterra, la città era chiusa da mura, da torri, da fossati, con una bella chiesa intitolata a Santa Chiara, costruita nel 1285, e divisa in quattro quartieri, soprannominati di Santa Chiara, di Mezzo, della Fontana, del Castello, con accesso attraverso quattro porte munite: essa acquistava ben presto, come Cagliari, la fisionomia di un Comune.

Si sviluppava così il Comune di Villa di Chiesa del Sigerro e nasceva la necessità di uno statuto, di un insieme di leggi o Breve, che regolasse, come a Cagliari, la vita cittadina, che dettasse norme sulle miniere all’intorno, tale da superare quello costruito su modelli pisani, voluto dai Donoratico all’origine dello sviluppo del centro minerario e inadeguato ormai alle nuove esigenze del fiorente Comune. Iglesias aveva così il suo Breve che oggi è custodito (ma è un edizione riveduta del primitivo) nell’Archivio comunale.

 

UNA LUNGA DECADENZA. Il rapace ed inetto dominio spagnolo e le sue memorabili pestilenze del 1653 e del 1681 seminarono tanto squallore da incidere lungamente sulle possibilità di ripresa dell’intero territorio, ridotto, da 44 fiorenti centri abitati, a solo 8 miseri paesi nei quali si era raccolta tutta la sparuta popolazione superstite.

Le miniere furono abbandonate o quasi: l’Iglesiente fu invaso da banditi e abigeatari che contribuirono a ridurre la popolazione del capoluogo minerario. Inutilmente la Spagna cercò di riattivare il bacino minerario.

Passata dalla breve dominazione austriaca a quella sabauda, Iglesias ottenne dei vantaggi. Il Piemonte si decise a riattivare in parte il settore minerario, anche le concessioni furono date in appalto a stranieri.

Nel 1778 fu riattivata l’importante miniera di Monteponi (Iglesias) nella quale non fu impiegata manodopera locale, bensì i forzati provenienti da Villafranca.

Di particolare importanza nel 1793 per Iglesias, e non solo, fu il tentativo dei francesi di conquistare la Sardegna; nel Sulcis riuscirono a conquistare per qualche tempo Carloforte, ribattezzata “l’isola della libertà”.

Nell’Ottocento le cose non andavano bene per Iglesias: le miniere, vera fonte di lavoro per gli iglesienti, erano nuovamente chiuse. Il governo sabaudo realizzò delle opere sociali, ma non sufficienti a far fronte alle esigenze della città. La popolazione calò così, tra il 1844 e il 1848, almeno di 5.000 abitanti; dei cittadini “una buona parte esercitava un mestiere precario: 185 coltivavano terreni altrui, 140 erano giornalieri e 188 erano servi, mentre 25 abitanti erano definiti accattoni”.

Il conte Carlo Baudi di Vesme, autore del Codice diplomatico di Villa di Chiesa, nella sua qualità di ingegnere minerario, visitò la Sardegna e la studiò attentamente, come pure si occupò dell’Iglesiente per conto del Piemonte. Indicò i mali e ne propose le cure. “E’ necessario – sosteneva nella sua relazione al re Carlo Alberto (1847) – un dazio anche per la Sardegna. Questo dazio avrebbe il doppio vantaggio, di promuovere l’industria, e di recare un considerevole provento alle finanze. Ma soprattutto non deve omettersi di tener conto delle altre imprese commerciali ed agricole di vario genere, che senza dubbio intraprenderebbero le stesse persone, alle quali si concedessero miniere, posto che quest’occasione li avesse trasportati in Sardegna, e posto dinanzi il prospetto dei molti guadagni in essa più o meno agevoli all’industria privata. Credo che questo debba considerarsi come uno dei principali vantaggi delle concessioni delle miniere, e che per esse verranno a trarre grande profitto l’industria parimente e l’agricoltura. Sarebbe inoltre utilissimo che il Governo nelle concessioni imponesse l’obbligo di tenere una scuola per le persone addette ai lavori delle miniere, come ora il Governo stesso fa in quella di Iglesias”. (La scuola mineraria di Iglesias, dotata di un ricco museo mineralogico, era destinata a diventare un modello per le istruzioni scolastiche di questo tipo in molti altri paesi d’Europa).

  

UNA “IRLANDA ITALIANA”. Ma i capitalisti della nascente industria e della finanza europee non avevano bisogno delle sollecitazioni del Baudi di Vesme per interessarsi della Sardegna. Quando la legge mineraria del 1859, che dichiarava res nullius le risorse del sottosuolo, aprì la caccia ai minerali nascosti nelle viscere della terra, Iglesias divenne il centro di una serie (spesso anche disordinata) di imprese di varia dimensione e di differente vastità e in breve tempo, soprattutto a partire dal 1867, quando si cominciarono a coltivare anche i minerali di zinco (sino a quel punto trascurati a favore dell’argento), si trasformò in un vero e proprio distretto di monocoltura mineraria, dove fu creata quella che M. S. Rollandi ha chiamato, con una efficace immagine, “una Irlanda italiana”.

Le condizioni di sfruttamento e di miseria in cui erano costretti a vivere i minatori (i sardi, per di più, ricevevano un salario differente da quello degli operai continentali, anche a parità di funzioni, sebbene quelle più propriamente tecniche fossero riservate ai non sardi, in genere provenienti da altre esperienze di lavoro minerario) furono lucidamente analizzate e denunciate dalla Commissione parlamentare d’inchiesta che lavorò nella zona intorno al 1910, anche se l’inchiesta stessa era nata dai disordini e dagli incidenti che avevano turbato l’Iglesiente negli anni precedenti, primo fra tutti l’eccidio di Buggerru nel settembre del 1904.

Ai primi del Novecento la crisi economica e sociale della Sardegna s’era fatta così acuta ch’era impossibile prevederne le conseguenze.

L’agricoltura era in crisi, ed era una crisi così amara che costringeva i contadini ad abbandonare le proprie case per cercare lavoro nell’industria estrattiva, l’unica che potesse assicurare loro un tozzo di pane.

Il bacino metallifero dell’Iglesiente accolse così dai 15.000 ai 16.000 lavoratori, quasi tutti impiegati nelle miniere gestite dalla Monteponi e da società franco- belghe.

Gli operai dovevano lavorare dieci ore all’interno, dodici all’esterno; lavoravano nelle miniere anche le donne e i bambini.

L’idea socialista si affermò con i primi scioperi e con la costituzione delle leghe dei minatori e dei battellieri di Carloforte che si opponevano ai salari di fame e rivendicavano per la classe operaia migliori condizioni umane. Contro gli scioperanti il governo faceva intervenire l’esercito.

L’11 maggio del 1920 i minatori della monteponi scioperarono e scesero in piazza ad Iglesias per rivendicare più pane (i viveri, anche se la prima guerra mondiale era finita da un pezzo, erano ancora razionati). Nello scontro con le guardie regie morirono 7 operai ed altri 26 rimasero feriti. L’amministrazione socialista (una delle pochissime amministrazioni “rosse” della Sardegna), guidata dal popolare sindaco Angelo Corsi, decise il lutto cittadino. I funerali delle vittime si svolsero a spese del Comune.

Frattanto iniziavano le prime schermaglie tra fascisti ed antifascisti. Le squadre fasciste, che avevano il sostegno e l’incoraggiamento degli industriali minerari, operavano non solo nel capoluogo minerario ma anche nel resto della Sardegna: il fascismo sardo aveva in Iglesias uno dei suoi baluardi.

Durante il periodo fascista e la guerra, i socialisti e gli antifascisti furono esiliati, arrestati, perseguitati.

I PROBLEMI DI OGGI. Nel secondo dopoguerra, la classe dirigente democratica si impegnò a dare un nuovo volto alla città. Ma la strategia del mercato dei minerali, che si svolge ormai a scala planetaria, ha collocato in una posizione di inferiorità, rispetto alle risorse del terzo mondo, le miniere sarde.

Oggi a Iglesias conosce una crisi molto profonda, direttamente collegata alla crisi di quel settore minerario da cui ha sempre tratto non solo il sostentamento ma anche le sue tradizioni civili e sociali più ricche e più profonde.

La cittadina oppone a questa decadenza tanto la combattività della sua classe operaia, depositaria di esperienze più che secolari di lotta, quanto la sua volontà di integrarsi sempre più compiutamente nel territorio circostante, in cui cominciano ad assumere un loro peso le attività agricole e soprattutto l’industria turistica. La stessa attività culturale, che ha nell’Associazione “Lao Silesu” un centro motore la cui volontà di operare è stata più volte riconosciuta, vuol significare il fermo proposito di Iglesias di continuare a svolgere un ruolo dinamico, moderno e produttivo nella storia futura della Sardegna.