COORDINATORE ARCH.G.B. GALLUS
LA CAPITALE DI "SOPRA"
Sassari è il capoluogo dell'intera regione settentrionale e da sempre rivaleggia con Cagliari per affermare il suo primato.
Sassari
non è soltanto il capoluogo della sua provincia, è anche il capoluogo
dell’intera Sardegna settentrionale. La Sardegna, infatti, è da tempo (quasi)
immemorabile divisa in due parti, che si chiamano,
molto semplicemente, Capo di Sopra e Capo di Sotto. Sassari è la
“capitale” del Capo di Sopra. Cagliari non è soltanto la “capitale” del
Capo di Sotto, ma anche di tutta l’isola: e questo ai sassaresi, per secoli,
non andò giù. Soprattutto tra Cinquecento e Seicento le due città si
confrontarono duramente, in una corsa al primato che tirava in ballo le
gerarchie ecclesiastiche (l’arcivescovo di Sassari cercava di farsi passare
per “primate di Sardegna e Corsica”, titolo che forse spettava più
correttamente al suo collega cagliaritano), le memorie dei santi (si scoprivano
a centinaia tombe tardo- romane o proto- cristiane: e siccome c’era scritta,
nelle lapidi, la sigla B. M., che vuol dire Bonae Memoriae, cioè di felice
memoria, la si lesse Beatus Martyr, cioè santo martire. Fu così che Sassari
“trovò” i corpi dei suoi tre santi protettori: Gavino, Proto e Gianuario),
la primogenitura dell’Università (fondate tutt’e due sul finire del
Cinquecento: ma quando quella sassarese si autoproclamò primaria, quella di
Cagliari si appellò al viceré).
Alla fine dell’Ottocento Sassari e Cagliari avevano quasi lo stesso
numero di abitanti, intorno ai 40mila ciascuna. Ma nel quindicennio prima della
guerra Cagliari decollò rapidamente e Sassari rimase indietro: oggi Cagliari ha
quasi 200mila abitanti, Sassari 120mila. Bisogna sapere tutte queste cose prima
di andare a Sassari. Perché i sassaresi, su questo tasto, sono suscettibili. Ma
siccome sono anche gente di grande spirito e di pacifico humour, ci si può pure
scherzare sopra. Quando il Cagliari vinse il campionato di calcio, nel 1970, a
Sassari si fece festa quanto a Cagliari. O quasi.
Sulle origini della città non si hanno notizie certe.
Qualcuno
pensa che qui (cioè da queste parti, se non proprio nel sito dove ora sorge la
città) ci fossero abitanti fin dalla preistoria: e infatti ci sono nei dintorni
monumenti di grande fascino, come lo spettacolare tempio solare di Monte d’Accoddi,
costruito qualcosa come 4.500 anni fa. Ma fu intorno al Mille della nostra era
che uno dei villaggi del territorio, scelto forse da punto di raccordo delle
direttrici su cui passava il commercio da e verso il Continente (segnatamente il
nord italiano), si venne sviluppando come una vera e propria città che già
alla metà del Duecento cacciava i “giudici” (gli antichi signori) di
Torres, si liberava della dura egemonia pisana e sottoscriveva un patto che la
metteva sotto le ali di Genova. E intorno agli inizi del Trecento si dava un
corpus di leggi, a metà strada fra un codice penale e un regolamento edilizio
(si chiamano “gli statuti sassaresi”), che ancora meravigliano per la
saggezza che li governa.
Quando arrivarono i Catalano- aragonesi (Sassari si vantava di avere
mandato per prima, fra le città sarde, ambasciatori al re d’Aragona per
mettere a sua disposizione la città), l’abitato era già cinto di mura, con
numerose torri: oggi ne rimane qualche vaga traccia, così come non rimane nulla
del grande castello, costruito appena fuori le mura, che fu abbattuto verso la
fine del secolo scorso perché, dissero i consiglieri comunali in preda ad un
raptus anticoloniale, “era il ricordo dell’aborrita dominazione”.
Dei quattro secoli in cui prima i Catalano- aragonesi e poi gli Spagnoli
furono padroni della città Sassari conserva il ricordo soprattutto
nell’architettura religiosa: e, se la si sa guardare, anche nella struttura
stessa della parte storica, intreccio di viuzze ombrose e improvvise aperture di
piccole “corti”, con i vasi di geranio e di prezzemolo in bella vista sui
balconi. Delle chiese, la più famosa è la cattedrale, dedicata a San Nicola,
che si divide il titolo di patrono della città con i Martiri Turritani. Li si
vede scolpiti sulla facciata, che è tutto un vertiginoso intarsio di calcare,
lavorato al modo delle facciate delle chiese spagnole. E del resto, sebbene sia
stata terminata all’inizio del Settecento, quando ormai il potere spagnolo
declinava e la Sardegna stava per passare ai Savoia, la facciata è un plateale
esempio del barocco che si vede nelle colonie oltremarine di Spagna: un
“grande fiore di pietra grigia” lo definì una settantina di anni fa lo
scrittore Elio Vittorini. Che probabilmente aveva visto la chiesa in una
giornata di nuvolo, perché semmai il suo colore, quando il sole la colpisce in
pieno, è l’oro antico del calcare, la pietra tipica di tutta l’architettura
sassarese.
Fuori di questa città “storica”, Sassari ha un altro
pezzo di città che non è meno storico anch’esso. Ed è la parte che si è
sviluppata fra la seconda metà dell’Ottocento e il primo Novecento, quando
Sassari era il punto di partenza di un ricco commercio con la Francia: si
esportavano un olio famoso per la sua raffinatezza e pelli così preziosamente
conciate che si ricorda l’aneddoto di quell’industriale sassarese che portò
una pelle di capretto all’Esposizione di Parigi e, avvolgendola con una
cartina di sigaretta, la fece passare attraverso il suo anello. Agli inizi del
secolo, Sassari era la seconda città d’Italia per l’importanza
dell’industria del cuoio.
Questa città nuova sale da piazza Azuni verso la piazza Castello (dove
c’era, appunto, il castello, sostituito da una necessaria ma ingombrante
caserma: però, attenti, lì è ospitato il Museo storico della leggendaria
Brigata “Sassari”, che non si visita senza un brivido di commozione) e di
qui a piazza d’Italia: un ettaro esatto, come vi dirà ogni buon sassarese,
dominato dal classicheggiante palazzo della Provincia, progettato sul finire del
secolo scorso dal padre del pittore Mario Sironi, che infatti nacque proprio a
Sassari. Al centro della piazza, il monumento a Vittorio Emanuele II (fu
inaugurato nel 1899 dal figlio Umberto e dalla nuora Margherita) completa
l’aria un po’ “torinese” che ha questo bel pezzo di città,
affettuosamente chiamato ancora “il salotto di Sassari”, anche se non è più
il luogo d’animato ritrovo settanta- ottant’anni fa.
Tutt’intorno, salendo per la via Roma, scendendo verso la chiesa di San
Giuseppe o salendo al rione dei Cappuccini (un tempo solo ville e palazzetti
liberty), c’è la città della borghesia sassarese: una borghesia intelligente
e vivace, amante della musica e della politica, la stessa che ha dato
all’Italia due presidenti della Repubblica come Antonio Segni e Francesco
Cossiga, numerosi ministri, un segretario nazionale di un partito di massa come
Enrico Berlinguer, Arturo Parisi, Luigi Manconi.
Se chiedete ad un sassarese di dirvi cosa vale la pena di vedere, a Sassari, vi farà vedere le cinque dita della mano. Cinque come le cinque altre cose che bisogna vedere: il museo G. A. Sanna, che ha una bella pinacoteca ma soprattutto una ricchissima collezione archeologica; il Padiglione dell’Artigianato, che ospita una rassegna permanente dell’arte popolare isolana; la chiesa di Santa Maria di Betlem, che ha altari intagliati e decorati d’oro e ospita i grandi ceri di legno (i candelieri) che vengono portati in processione alla vigilia di Ferragosto, la festa dei sassaresi; la fontana di Rosello, un aggraziato parallelepipedo di marmo in fondo ad una vallata, da cui Sassari attingeva la sua acqua potabile sino a cento anni fa; e i due “grattacieli” di piazza Castello. E se vi azzardate a dire che quei palazzoni di quattordici- quindici piani tutto possono essere fuorché grattacieli, il sassarese vi guarderà ridendo. Lo sanno tutti che i sassaresi sono gente di buono spirito: e quando ridono, ridono prima di tutto di se stessi.